La terra dei rimorsi. Il tarantismo secondo Eugenio Imbriani

Intervista a Eugenio Imbriani, antropologo salentino e uno dei più autorevoli studiosi di tarantismo.

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Tanto si è detto e scritto sul tarantismo, fenomeno sociale antichissimo tipico del Salento e dell’Italia meridionale. Un fenomeno complesso e di difficile definizione, a meno che non lo si voglia ridurre a mera questione folkloristica, che poco ha a che vedere con la dolorosa e sofferta esperienza dei tarantati e dei musicisti terapeuti. Ne abbiamo parlato con Eugenio Imbriani, uno dei più autorevoli studiosi di tarantismo.

 

C’è tanta confusione, tra i non addetti ai lavori, su questo “fenomeno”. Esiste una definizione di tarantismo che secondo lei ne restituisce la natura e la complessità?

Ha ragione. Si tratta di un fenomeno estremamente complesso che ha una lunga storia e prevede, intorno ad un nucleo di comportamenti che si ripete, una varietà molto ampia di pratiche, di elementi simbolici, di credenze popolari, e di saperi medici. Aggiungiamo anche che esistono, attorno a questo fenomeno, anche molte pratiche di pietà popolare, e il quadro si fa sempre più complicato. Non è semplice “definirlo”.

Che cosa ci ha “raccontato” il tarantismo?

Potremmo dire che il tarantismo ci ha raccontato il modo in cui, per moltissimo tempo, delle persone che vivevano situazioni di difficoltà e disagio sono riuscite a trovare una risposta, nonché una soluzione, di tipo simbolico, a questo tipo di sofferenza. Ci ha narrato poi che in maniera residuale è sopravvissuto in Italia meridionale un vero e proprio culto di possessione, di stampo mediterraneo, che però, essendo considerato e trattato come un disturbo di interesse medico, non è mai stato considerato effettivamente per quello che nella sua struttura il tarantismo è, cioè un vero e proprio culto di possessione. Ci ha raccontato, poi, come la Chiesa e le autorità mediche hanno cercato di collocare un fenomeno così strano, complesso e straordinario, all’interno di schemi che fossero comprensibili per la scienza del tempo e soprattutto fosse digeribile per la Chiesa cattolica. Il tarantismo ha raccontato tutte queste cose e molto altro. Un fenomeno molto molto complesso, che è stato studiato nelle maggiori accademie europee per secoli, interessando alcune fra le più importanti figure di studiosi, soprattutto medici.

È appena uscito il suo ultimo libro, “Il peso dei rimorsi”, a cinquant’anni dalla morte di Ernesto De Martino, probabilmente uno dei più importanti studiosi di tarantismo. Che cosa è successo nel Salento in questi cinquant’anni?

Il libro raccoglie le relazioni che sono state presentate in alcuni convegni che si sono celebrati in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di De Martino. In questi cinquant’anni sono accadute molte cose. Dopo una iniziale disinteresse, anche degli studiosi, verso l’opera di Ernesto De Martino “La terra del rimorso”, nella seconda parte di questo cinquantennio si è riacceso l’interesse sia sul lavoro dello studioso, che nei confronti del fenomeno in generale. A me interessa molto che De Martino venga considerato nella sua statura di intellettuale europeo, che non si è occupato soltanto di tarantismo, ma che ha utilizzato le sue ricerche in ambito etnologico per sviluppare alcune riflessioni sulla crisi della cultura europea e sulle vie possibili per uscire da questa situazione di crisi, che era vivissima nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale. Uno delle domande che si pone De Martino è “Come è stato possibile che sia accaduto quello che è accaduto”, come mai cioè la cosiddetta civiltà europea non aveva gli strumenti intellettuali e morali per fermare l’orrore che si è consumato per decenni. In quest’ottica, il concetto di “rimorso” assume un significato molto particolare ed importante.

È il mese in cui, a Galatina, si rinnova l’antichissimo rituale delle tarantate e celebra la musica come strumento liberatorio. Da antropologo e da salentino, che cosa significa oggi questo rito? 

Questi rituali popolari servono a ricostruire il nostro passato, anche se spesso pongono l’accento sull’esotismo e solo su alcuni aspetti, spesso enfatizzati, deltarantismo, come il momento della rinascita, quello della guarigione, la danza, etc. Spesso si esclude quasi totalmente il capitolo relativo alla sofferenza, all’angoscia, al timore, alla paura, alla povertà, trascurando la narrazione di un incubo che è stata espressione di una sofferenza sociale. È normalissimo, che il “mercato”, anche turistico, sia interessato agli aspetti più folcloristici del fenomeno, che magari hanno una valenza scientifica molto meno rilevante rispetto ad altri aspetti, ma fa parte del gioco. Si tratta di una “riduzione” rispetto alla complessità del fenomeno, che a mio avviso, invece, andrebbe presentato nella sua totalità, anche semplicemente informando il “fruitore” di questa complessità. Esiste infatti la possibilità di individuare e scegliere anche altri modelli, seppur meno semplici da seguire, che ricordino e celebrino, in maniera completa ed esauriente, la storia e l’identità di questo territorio.

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