Le Tabacchine di Sogliano Cavour

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Tecla, Carmela, Lucia e le altre

di Maria Grazia Manco

foto di Silvia Aloisi
foto di Silvia Aloisi

Fino a non molto tempo fa l’economia di Sogliano Cavour e di tutto il Salento si reggeva principalmente sulla coltivazione e la lavorazione del tabacco. Non vi è famiglia che non abbia conosciuto la consistenza e l’odore delle sue foglie e che non abbia vissuto sulla pelle di almeno un suo membro la fatica e il sacrificio legati a questa preziosa pianta.

Quando i ritmi delle strade del paese non erano scanditi dalla velocità delle automobili, le vite degli uomini e delle donne cominciavano molto presto. Nel silenzio, solo apparente, delle 6:30 del mattino, si udivano solo piccoli passi svelti. Erano quelli dell’esercito delle tabacchine, nella loro consueta marcia verso le fabbriche, pronte ad iniziare una nuova giornata lavorativa. Erano i tempi in cui i morsi della fame toglievano il sonno e moltiplicavano i pensieri. Si pregava Dio con lo stesso vigore con cui si strappavano le foglie di tabacco dalla pianta.

Quelle donne dal passo svelto, dall’abito quasi sempre nero per un più o meno recente lutto, poco più che adolescenti e quasi sempre già mogli di uomini emigrati in cerca di fortuna e madri di tre o quattro figli, hanno scritto per lunghi anni un capitolo importante nella storia della democrazia e della lotta per l’emancipazione femminile.

E non solo perché era la prima volta che le donne venivano impiegate così massicciamente in ambiti diversi da quello domestico o dal lavoro nelle campagne, ma soprattutto perché, per la prima volta nella storia di un Sud agricolo e arretrato, esse avvertono la possibilità di dare un nuovo corso al proprio destino. Infatti, a partire dal 1946, con la fine della guerra, tutto il Salento è attraversato da una scossa di ribellione, che parte dalle campagne e giunge nelle fabbriche, scardinando le fondamenta di una cultura che voleva le donne sottomesse e la politica appannaggio dei soli uomini. A Sogliano Cavour, purtroppo, questa memoria è andata perduta. Ciò che resta è una memoria recente, ma non per questo meno importante. E’ la memoria delle donne che hanno vissuto e lavorato nelle fabbriche.

Tra di loro c’è Tecla, coi suoi ricordi da operaia. Sono vivi davanti ai suoi occhi e tu li vedi, basta seguire i movimenti delle sue mani. Mani che accarezzano le ginocchia, quando il tabacco si stendeva “foglia foglia sulla gamba dell’operaia”, mani che disegnano i contorni squadrati delle balle in cui le foglie venivano adagiate e di cui arrivi persino a reggerne il peso – “20-22 kg”, puntualizza lei. Mani che anelano altezze inconcepibili, quando le balle riempivano lo spazio dal pavimento fino al “cielo” della fabbrica. E poi vedi le porte chiuse, avverti il calore delle stufe che essiccava il tabacco. Riaperte le porte, “usciva un pò di quel calore”, continua Tecla, “ma sempre focu era lì dentro”.

tabacchine

“E’ venuto poi il sindacato” si illumina Carmela. “eravamo più di 100 operaie, ma al sindacato solo 20 si sono iscritte. E quando terminavamo le ore di lavoro solo in tre ce ne andavamo, le altre rimanevano a lavorare finchè la maestra non diceva basta”.

C’è poi Lucia, che esordisce con un aneddoto divertente, ricorda le risate rubate insieme alle amiche durante le ore di duro lavoro. Ci racconta di quella maestra che quanto più seriosa e severa diventava, tanto più la rabbia trasfigurava grottescamente quel volto dominato da un forte strabismo oculare.

Lucia non ha mai smesso di guardare col sorriso alla vita. Neanche quando i pensieri le toglievano il sonno e l’amore, tramutato in sacrificio, la notte ricamava i corredi delle figlie femmine.

Il passato, la storia vera di Sogliano Cavour è nei racconti delle tabacchine. Sono i loro volti, segnati dalle afflizioni di una vita di stenti e fatiche, dalla forza chiesta a Dio nelle loro preghiere, dal sole rovente dei campi di tabacco, dalle risate rubate allo sguardo vigile della maestra, che restituiscono a tutti noi l’antica fierezza di appartenere a questa terra.

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