Il Mito della Taranta

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Un morso, un rimorso, un sibilo lungo. Un veleno che stordisce senza uccidere, che spesso ciclico ritorna, complici la bella stagione, le gambe scoperte tra i filari di tabacco. «Se è taranta lassala ballare, se è malinconia cacciala fore», dice il verso. Un lutto, un momento di passaggio, un disagio psicologico trattenuto. Cambia la causa scatenante, ma non la cura, che è esorcismo corale e suggestione di popolo, per quel male della tarantola, poco importa se reale o metaforico, che solo la danza, la musica, i colori possono provare a guarire.

Red-kneed tarantula Brachypelma smithii

Si sprofonda al passo cadenzato del tamburello e al suono ossessivo del violino nella fascinazione ipnotica del tarantismo, mito dalla simbologia complessa e fenomeno storico al contempo, terapia collettiva e rito religioso ancestrale, poi ricondotto  ella tradizione cristiana al culto di San Paolo e in origine diffuso ben oltre la Terra d’Otranto, che proprio in Salento più a lungo avrebbe resistito. Alle soglie degli anni Sessanta ancora si documentano casi di tarantati curati a domicilio da musicisti pagati allo scopo, o in pellegrinaggio a Galatina tra estasi e frenesia danzante per invocare la grazia del Santo protettore, ultimi attori partecipi di un rito che di lì a poco sarebbe scomparso, insieme alla civiltà contadina che per secoli lo aveva custodito, per riaffiorare decenni più tardi nella forma ormai della memoria e dell’identitaria riscoperta delle radici.

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