Passeggiata nella memoria di un Natale barocco

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di Alda De Pascalis – Quelli delle Passeggiate Culturali di Gianni Binucci

Quandu riane ste feste, me sentu tutta prisciata, perché la sira te natale nu me n’essu cu na nsalata…

C’era un gran fermento il 24 dicembre di ogni anno, sin dalle prime ore del pomeriggio eravamo tutti lì, in casa dei nonni, dove si preparava la consueta ed attesissima cena di Natale. A noi ragazzini davano il compito di apparecchiare la lunga tavola, con le aggiunte, per non lasciar fuori nessuno. Con molta attenzione si disponevano sulla tovaglia ricamata ad intaglio piatti e bicchieri, quelli delle occasioni importanti.

Eravamo in tutto ventotto, ed eravamo tutti, in quella grande stanza col tavolo al centro e due salottini ai lati. In un angolo, grande e maestoso, prendeva posto il meraviglioso presepe, che il nonno con la mamma ed una zia costruivano già dai primi di dicembre, mentre nel camino il ceppo bruciava già! Il profumo che veniva dalla cucina era qualcosa di straordinario.

purceddrhuzzi
La nostra cena merita di essere raccontata, era la tipica cena della sera di Natale nel Salento. Si cominciava con le pittule, palline di pasta molto lievitata fritta, condita in vario modo, con olive, con capperi e pomodorini scattarisciati con il cavolo, le acciughe, la patata dolce. Poi si mangiava l’anguilla allo spiedo e poi passata in una marinata di olio e aceto, tagliata a rotelle, quindi una tiella di baccalà sfilettato, con le patate condito con cipolla, aglio, prezzemolo, pepe, olio, cotto prima sul fornello e poi in forno. I primi tipici erano due: una minestra di pan cotto con fagioli cannellini e cime di rape, il tutto ripassato con aglio e olio sfumati, in cui in fine si mettevano cozze o vongole, o tutte e due; oppure una minestra di gnocculi, piccola pasta di semola, con il brodetto di baccalà.

Tra l’allegria ed il buon appetito di tutti, insieme all’ottimo vino delle uve della campagna della nonna, Negramaro e Malvasia insieme, si proseguiva con i secondi piatti: baccalà in brodetto, capitone fritto o in umido con l’uvetta, accompagnati da rape nfucatefinocchi e cicorie crudi. In fine tanta frutta secca, datteri, e poi i fichi d’India e mandarini, sempre dalla campagna di famiglia.

pittule

A questo punto il momento solenne: ci si alzava, i piccoli avanti, e tutti insieme si faceva un corteo con le scintille accese cantando: tu scendi dalle stelle, si metteva Gesù Bambino, che emozione ancora oggi a ricordare!

Si finiva il pasto con i dolci della vigilia, diversi da quelli del pranzo di Natale: le pittule cu lu cuettu, decotto di uva, le chinuliddre, cestini di pasta semi dolce ripieni di mostarda di uva, cartiddhrate al miele, con bucce di arancia candita, cornule o mustazzoli e taraddrizuccarati. Tutto bagnato da un vino dolce di produzione locale, il moscato. Finita la cena ci si recava tutti alla Santa Messa di mezzanotte, e si lasciava la tavola imbandita, per i santi morti di famiglia, che sarebbero venuti a consumare il loro Natale alla nostra tavola.

Era bellissimo il Natale così, non c’era bisogno di grandi alberi, e ricchi regali, c’era il calore dell’amore ed una grande famiglia.

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