San Martino, le pittule e le carrare (con ricetta)

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di Maria Grazia Manco

Quel giorno mi ritrovai per caso nella cucina di mia nonna Anna. Era una mattina di novembre di cui ricordo ancora il pungente vento di tramontana e il calore insolito del sole. Uno di quei giorni in cui metteresti i calzoncini corti sul pullover senza sentirti troppo a disagio.

Mia nonna era indaffarata in cucina. Nessuna novità. In ogni ricordo che oggi preservo di mia nonna compare la sua cucina. Sullo sfondo, accanto, sopra, sotto. Mia nonna e la sua cucina erano indissolubili. Come un’unica entità.
“Cosa fai di buono, nonna”? Un odore di frittura si impossessò dei miei seni paranasali, diffondendosi in breve attraverso ogni apparato vitale, compreso quello digestivo, dove incontrò il latte che avevo appena bevuto a colazione. E dall’incontro nacque un conato di vomito.

pittule 1
“La tramuntana è signura comu a tie” mi disse con il suo solito sarcasmo.
Mi limitai a riflettere poeticamente sullo stile evocativo di certi nostri detti dialettali, rispondendo con la mia solita silente strafottenza. “Le pittule. A San Martinu ogni mostu diventa vinu. E se mangianu le pittule”.
Mia nonna viveva in un’epoca tutta sua, nel suo mondo parallelo popolato di strane credenze, entità eteree, fritture, strani riti e via dicendo.

“Ah oggi sarebbe San Martino? Chi, quello del mantello?” Ricordavo vagamente la storia che ci avevano raccontato ai tempi della scuola primaria, quella in cui un vecchietto barcollante e infreddolito fu soccorso dal signor Martino che si divise a metà il mantello con la spada per donarlo a lui. E da allora divenne santo. Erano tempi in cui si diventava santi con poco. Se avessi regalato allora la Play Station 4 a mia sorella avrebbero di certo avrebbero fatto santo anche me. Dio solo sa quanto mi sia costato fargliene dono!

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“Mantello? Noo… Santu Martinu de le carrare”!
“Le carrare, nonna?”
“Le carrare, sì. Non sai cosa sono le carrare?”. Quando voleva darsi un tono mia nonna parlava in italiano. E quella spiegazione certo necessitava di un linguaggio appropriato.
La rivelazione arrivò mentre con il mestolo estraeva le prime pittule dall’olio bollente: “San Martino era un ladro”. Disse con fare solenne.
“Ma come, nonna! Ladro… un santo?”

“Certo figlio mio. Era povero e pure nu pocu fessa. Rubò la paglia da un fienile ma fu scoperto perché nel tragitto gli cadeva. E lasciava per strada la carrara di paglia”.
Ecco. Come rovinare la reputazione ad un santo nel minuto di cottura delle pittule.
“Ma nonna, ti sarai sbagliata… Forse ricordi male”.
“Fiju miu, forsi su vecchia ma quista la tengu ancora bona”. L’indice unto toccava la fronte. Col pragmatismo ritornò anche il dialetto.

Mi arresi. Sapevo di non poter competere con lei. Mia nonna si curava il mal di gola coi gargarismi al limone e la cervicale con l’olio bollente. Dal 1930.
Doveva essere proprio così. San Martino era un ladro. E manco tanto furbo. Ma anche non fosse stata quella la verità, oramai ero troppo impegnato a mangiare le pittule.
Nonnina, ti voglio bene.

pittule 2

Pittule – La ricetta di nonna Anna

  • 1 Kg di farina tipo “00”
  • 1 cubetto di lievito
  • Sale q.b.
  • Acqua tiepida

Nonna Anna tempera l’impasto col cucchiaio e con la mano, finché questo non si trasforma in una sostanza filamentosa, ectoplasmica. Lascia riposare la massa così ottenuta per tre ore, coperta da una tovaglia pulita e da una coperta di lana. Così, per essere più sicuri che stia al caldo.
Trascorse le tre ore, si prepara l’olio bollente e abbondante e si immergono le pittule. La forma delle pittule si ottiene stringendo la massa e facendo fuoriuscire dalla mano piccole palline che saranno staccate e immerse nell’olio bollente dall’altra mano, precedentemente inumidita per rendere più semplice l’operazione.

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