Sul mare tra tradizione e modernità

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La storia della famiglia Aprea, maestri d’ascia per vocazione.

Nell’Atlante Statistico della Marina Mercantile del compartimento Marittimo di Castellammare di Stabia, in un documento dell’epoca, si legge: “Anno 1760: Aprea Cataldo e Antonino sono registrati con la qualifica di carpentieri navali alla Marina Grande di Sorrento, ove vi sono due scali e vi lavorano per giorno dieci operai”. Ad oggi, Nino Aprea è l’ultimo discendente della famiglia di maestri d’ascia, che da oltre due secoli e mezzo svolge l’attività di costruzione navale in legno in Marina Grande di Sorrento. Visitare il cantiere Aprea è una somma di grandi emozioni: i profumi dei legni si fondono con l’odore della canapa, con la brezza del fare, e fanno rivivere atmosfere d’altri tempi.

Quella della famiglia Aprea è una storia di passione e tradizione che resiste ancora oggi… Esattamente. E’ una storia nata a Sorrento nel 1760 e tramandata gelosamente di generazione in generazione. E’ la storia di un legame profondo e indissolubile che lega l’intera famiglia al mare e alle barche. Ancora oggi, nei nostri cantieri, i gozzi sono costruiti in modo artigianale e con la stessa passione di un tempo, seppure innovativi nelle linee adottate e nel design ricerca to. Il risultato finale è un prodotto sempre esclusivo.

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Negli ultimi anni si sta registrando un ritorno importante alla manualità e all’artigianato.
Vi risulta questa tendenza?
Assolutamente si, è la verità. C’è un ritorno importante agli antichi mestieri e alla manualità. Mio nonno, capostipite della famiglia Aprea, diceva sempre che per produrre ricchezza bisogna usare le mani. L’Italia negli ultimi anni pare aver riacquistato questa consapevolezza e sta tornando a puntare sulla sua forza e sulla identità, che è fatta di tradizione, di creatività e, appunto, di manualità. In questi ultimi mesi sto formando nuovi ragazzi al mestiere di gozzo, ma la verità è che si può diventare maestri solo se c’è passione e amore nei confronti del legno che si lavora, della barca a cui si vuol dar vita, del mare che la cullerà.

aprea3Che cosa rappresenta per lei questo mestiere? La mia famiglia mi ha lasciato un’enorme eredità, che è quella di dover continuare una storia di successi e di tradizioni. Non è un peso, certamente, ma una grossa responsabilità, sì. Nutro profondo rispetto nei confronti del mio lavoro e lo amo, perché da anni ci consente di vivere e di sognare.

Che futuro vede per questo mestiere?
Mio nonno ripete che questo mestiere non finirà mai, almeno fino a quando ci sarà il mare. E’ un mestiere eterno, come eterne sono le barche. santanna apreaIn cantiere abbiamo barche che hanno cento anni, e altrettanti potranno vivere se curate con amore. La barca in legno è una barca viva, e richiede tante attenzioni e riguardi. Come maestri d’ascia il nostro compito non è solo quello di costruirle, ma di prenderci cura di loro negli anni. Finita la stagione estiva, gli armatori portano il gozzo in cantiere per la manutenzione, in modo che la propria barca – già unica – diventi intramontabile.

Cosa può dirci della vostra partecipazione al Gozzo International Festival a Gallipoli in ottobre? Porteremo barche d’epoca, tra cui una costruita da mio nonno ottantaquattrenne, che è la riproduzione dei gozzi dei primi del ‘900. A Gallipoli sarà un’esperienza importante, soprattutto perché saremo in famiglia. Perché il mare unisce, e non c’è spazio per la competizione, ma solo per la condivisione di storie e di passioni.

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